PREMESSA

Con questo articolo intendiamo comunicare ai lettori i risultati della nostra ultima ricerca  sulle relazioni che intercorrevano tra le popolazioni del mondo antico e, nel caso specifico, tra i popoli che si stanziarono nell’Anatolia e quelli che si stanziarono in Sicilia, entrambi paragonabili a rami che si dipartono dallo stesso tronco. Il periodo storico preso in esame è quello del secondo millennio a.C. Le ricerche condotte in queste aree geografiche così distanti tra loro confermano, ancora una volta, come tali relazioni fossero più intense di quanto si possa sospettare, tanto che non appare ardita la convinzione che già allora si fosse realizzata una prima forma di globalizzazione, dal momento che le notizie, anche se non in tempo reale, raggiungevano i luoghi più estremi del mondo anche allora. Basti pensare, a conferma dell’esistenza di relazioni tra aree geografiche anche distanti, che  Alessandro il Macedone raggiunse l’India vedica e che  i Vichinghi, nei brevi mesi estivi che consentivano loro di navigare i mari del nord, quasi sempre coperti di ghiaccio, erano in grado di raggiungere i punti più estremi del mondo, come confermato dal ritrovamento in Svezia di statuette raffiguranti il Budda. È logico pensare che i Vareghi – così venivano chiamati i Vichinghi svedesi – dall’India importassero ed in essa esportassero, non solo beni di ogni genere, manufatti, ma pure idee, cultura e non è un caso che la credenza della sopravvivenza dell’anima dopo la morte fosse comune a Germani e a Indiani.  Se poi dobbiamo dare credito alle Cronache di Nestore, nelle quali si afferma che molti Scandinavi divennero re per esplicita richiesta dei popoli indigeni dell’attuale Russia, affinché mettessero ordine in quelle irrequiete aree geografiche, non possiamo non accettare il fatto che quei nuovi governanti  inevitabilmente imponessero nei nuovi territori la propria weltanshauung.

Ma di questo abbiamo già detto altrove. È ora il momento di esporre ai nostri affezionati lettori, muovendo i primi passi da quanto afferma Ellanico di Lesbo circa il viaggio di Enea in Sicilia e la sua presenza nei pressi dell’Etna, i risultati delle nostre ricerche, che vedono coinvolti i Troiani, provenienti dall’attuale Turchia, ed i Sicani, che a quel tempo abitavano e dominavano culturalmente l’isola di Sicilia.  

ANTEFATTO

Come apprendiamo dalla mitologia greca,  le disgrazie che portarono alla cancellazione della stirpe troiana erano imputabili alla pessima gestione del potere da parte del re Laomedonte, il quale avrebbe attirato su di sé e sui suoi eredi la maledizione del potente dio del mare Poseidone. Il re troiano Laomedonte, infatti, si era reso spergiuro nei confronti del dio in tempi nei quali il verbo, la parola data, non era ancora una semplice emissione di onde sonore provenienti da un’innocua vibrazione di corde vocali.

Il re troiano, tradendo i patti stipulati con i due dèi, Poseidone e suo nipote Apollo, non aveva riconosciuto loro il compenso pattuito per la costruzione delle mura di Troia. È probabile che l’epiteto di arrabbiato o furioso apposto a Poseidone fosse stato coniato per il dio proprio in questa circostanza. Infatti, l’epiteto apposto al dio risulta formato dall’accostamento dei lessemi Böse-Eid-ohne che, tradotti verbum pro verbo, utilizzando il nostro ormai noto metodo di interpretazione[1], ci fornisce la sequenza dei lessemi: adirato-giuramento-privo, cioè adirato per il giuramento non mantenuto. La non mantenuta promessa da parte del re Laomedonte potrebbe essere, dunque, la causa dell’implacabile odio maturato da Poseidone nei confronti dei Troiani. L’ostilità che il dio del mare nutriva per il re troiano era così forte da essere estesa agli eredi del re, all’intero suo popolo e alle generazioni future, al punto da  indurre i Troiani transfughi, che temevano le conseguenze della collera divina, a cambiare di volta in volta il proprio etnico, lasciandosi assimilare dai popoli che li ospitavano, nel tentativo di rendersi irriconoscibili al dio e stornare da se stessi la divina maledizione.

CULTI TROIANI E CULTI SICANI

Analizzando la teogonia troiana si può facilmente constatare la sua affinità con quella greca; basti ricordare a tal proposito che Antenore, come narra Ditti Cretese[2] nella sua opera,  durante un consiglio troiano svoltosi nel decimo anno della famosa guerra, sosteneva l’inopportunità di continuare il conflitto contro i Greci con i quali, tutto sommato, si condividevano le comuni origini. Si può altresì osservare che esiste un filo conduttore che collega le pratiche cultuali di tutte le popolazioni indoeuropee del Mediterraneo pre-greco.Tra tali antichissime culture di derivazione indoeuropea, dedicheremo maggiore attenzione in questo studio a quelle Troiana e Sicana.

Riteniamo doveroso premettere, prima di andare oltre nella ricostruzione storica dei fatti di Troia e delle vicende che portarono Enea in Sicilia, che ben poco o quasi nulla si conosce della cultura sicana[3]  – la quale plasmò la cultura dell’isola intera dalla fine dell’ultima glaciazione, dodicimila anni fa, fino alla venuta dei Greci, nella metà dell’VIII sec. a.C. –  e ciò anche a causa dell’attività sistematica di mistificazione culturale attuata dai Greci. La ricostruzione della civiltà sicana, pertanto, può avvenire soltanto attraverso una ricerca multidisciplinare che vede coinvolte numerose discipline scientifiche, dalla toponomastica all’etimologia, dall’archeologia allo studio della simbologia e, soprattutto, allo studio comparato delle civiltà affini. Dalla nostra indagine emerge che nella Sicilia sicana vi erano culti equiparabili a quelli praticati dai Greci e dai Troiani nei riguardi di Poseidone e Apollo. Il culto di Poseidone, il dio dei mari, era maggiormente praticato nelle città portuali della Sicilia e risaliva ad epoche antichissime, come si evince dalle tracce letterarie lasciate da Omero nella sua opera, l’Odissea. Nel poema, infatti, si fa cenno al dio Poseidone quale padre dei Ciclopi[4], i quali a loro volta furono ritenuti i primi abitatori della Sicilia. Se ne deduce che in Sicilia dovette essere stato praticato fin dalla prima ora il culto di Poseidone, denominato in  Sicilia con appellativi quali Ennosigeo[5], Vittorioso, nome con cui Polifemo, nell’Odissea, indica il proprio padre Poseidone.

L’Odissea non sarà l’unico autorevole riferimento letterario a cui faremo ricorso per risalire alla vetustà del culto tributato a Poseidone. Cicerone, benché metta per iscritto circa otto secoli dopo il racconto omerico le tradizioni siciliane con le quali entra in contatto durante il periodo della sua pretura in Sicilia (75 a. C.), rappresenta un testimone prezioso al fine della nostra indagine. L’avvocato romano difensore del popolo siciliano,  nel corso del processo intentato dagli isolani nei confronti del pretore Verre, menziona la presenza di una statua del dio del mare nella piazza di Messina, città che, per la sua posizione, dalla quale era possibile avere il controllo dello stretto più famoso del Mediterraneo, ricorda la città di Troia la quale, a sua volta, controllava lo stretto dei Dardanelli. A Poseidone si riferisce probabilmente il culto praticato nella città di Siracusa nei confronti di un dio autoctono appellato Urio.

Siracusa ha assunto un ruolo di primo piano nelle nostre ricerche poiché corrisponde alla città da noi identificata con Scheria, la città dei Feaci, in seguito alle ricerche e deduzioni messe a disposizione dei nostri lettori in un precedente articolo[6]. Cicerone, riferendosi al culto autoctono del dio Urio, afferma che era grandemente praticato non solo dai Siracusani, ma anche dai barbari che vi si recavano in pellegrinaggio dai paesi confinanti. Si noti che il nome del dio Urio in lingua germanica significa antico, primordiale, derivando dal vocabolo ur.  Dunque Urio può essere considerato uno dei tanti epiteti con i quali veniva appellato Poseidone. Altri epiteti utilizzati per il dio erano, come è noto, “Maremoto”, “Spacca terra”, “Dio dalla capigliatura azzurra”, “Ennosigeo”. Il dio dalla capigliatura azzurra viene definito “antico” (ur) da Zeus, in un dialogo contenuto nell’Odissea, durante il quale il re dell’Olimpo attua chiaramente un’operazione di captatio benevolentiae, utilizzando un aggettivo che conferisce indubbio prestigio al dio del mare. Del resto anche Arjuna definisce così il dio Krsna quando, nel canto XI,38 della Bhagavadgìtà, rivolgendosi al dio dell’Avesta afferma: “Tu sei il Dio primordiale; Tu se l’Antico (…)”. La comparazione tra il mondo greco e quello avestico non è casuale. Infatti, dalle ricerche da noi condotte è già emersa l’affinità culturale tra i Veda e i Sicani, entrambi parte di un originario popolo indoeuropeo, costretto dalla glaciazione ad emigrare dalla patria originaria, il nord Europa, dividendosi successivamente in mille rivoli.

L’utilizzo dell’aggettivo antico per definire Poseidone induce a sospettare che una teogonia greca più antica rispetto a quella canonizzata facesse riferimento alla primogenitura di Poseidone rispetto a quella attribuita, a posteriori, al fratello Zeus. Se così fosse, dal diritto di governare l’Olimpo avanzato da Poseidone, derivatogli dalla sua primogenitura, potrebbe essere scaturito il tentativo di detronizzare Zeus e la conseguente guerra tra gli dèi, i quali si erano divisi in due fazioni, una a  sostegno di Zeus, l’altra di Poseidone. Una labile traccia di questo conflitto ricorre nell’Odissea, nel passo in cui Omero fa sostenere a Polifemo che i Ciclopi non temono Zeus, essendo essi figli del potente Poseidone Ennosigeo, “vittorioso” probabilmente sullo stesso Zeus. Inoltre, il mito greco della scalata all’Olimpo, che mette in luce il rapporto conflittuale tra questi due fratelli divini,  ha molti punti in comune con il mito mesopotamico dei due fratelli  divini in lotta per la successione al regno, tanto da indurre il legittimo sospetto dell’esistenza di un’unica fonte da cui i due miti sarebbero derivati. Nel mito mesopotamico, la pretesa di Enki, soprannominato Eaacqua e dunque equiparabile al greco dio delle acque Poseidone, di governare sulla Terra tra i due fiumi, affondava le sue ragioni sulla tradizione secondo la quale la successione al regno spettava al primogenito. A tale consuetudine il fratellastro Enlil opponeva però la propria legittimità alla guida del regno, basata su una complicata legge secondo la quale il diritto di ereditarietà spettava non al figlio primogenito ma a quello nato dall’unione tra consanguinei, tra fratellastri.

Tornando a Siracusa, Cicerone descrive la statua di Urio come un dio in atteggiamento di imperio, tanto da definirlo Zeus imperatore. L’oratore romano aggiungeva che esistevano nel mondo tre statue di questo dio, effigiato nello stesso atteggiamento di imperio, e che quella di Siracusa era la più antica fra le tre; le atre due statue erano collocate l’una in Macedonia, almeno fino alla conquista romana, quando la statua venne trasportata sul Campidoglio, e l’altra nel Bosforo, stretto sottoposto al controllo della flotta troiana. Tale affermazione circa l’antichità e l’affinità delle tre statue induce ad ipotizzare la possibilità che esse potessero essere state realizzate dalla mano di un medesimo artista, al quale erano state commissionate forse al fine di sancire un’amicizia o attestare le comuni origini tra le tre stirpi che reggevano le tre parti del mondo[7], l’Oriente, l’Occidente e il “Mezzo” o Med[8], quest’ultimo rappresentato dai Greci, il cui ruolo di ponte è simbolicamente rappresentato dal percorso degli Argonauti[9], che partirono dalla Grecia per approdare nei porti dell’attuale Georgia, al di là del Mar Nero, e poi in Sicilia. All’antichità delle statue citate da Cicerone corrisponde inoltre l’antichità delle popolazioni insediate nei territori di collocazione delle statue stesse: in oriente, precisamente nell’Anatolia centrale, vivevano i Frigi che, come ammesso dai sacerdoti egiziani autori di una ricerca commissionata dallo stesso faraone, erano addirittura più antichi degli stessi egiziani;  in occidente, precisamente in Sicilia, erano i Sicani ad essere considerati il popolo più antico. Il loro stesso nome, composto dai lessemi sich ed Ano – antenato/dio,  sembrerebbe affermare orgogliosamente il diritto all’eredità divina che derivava loro dall’essere i primi in questo rapporto privilegiato con la divinità o, semplicemente, con l’Avo divinizzato. 

Ritornando al culto di Poseidone/Urio si fa notare che, ancora prima che i Greci giungessero a Siracusa al seguito dell’esule Archia, come si evince da Apollonio Rodio[10], autore delle Argonautiche, e dal geografo Strabone, il dio patrono della città sicana di Siracusa era Poseidone\Urio, il più temuto tra gli dei, come sembra emergere dal racconto dell’Odissea nel capitolo dedicato ai Feaci.  Dopo che i Corinti e i Megaresi al seguito di Archia ebbero instaurato la tirannide a Siracusa, relegando gli originari abitanti siculo\sicani all’opposizione, la dea greca Artemide prese il posto di Poseidone (Urio) e divenne la patrona degli esuli greci di Siracusa. Tuttavia questi ultimi, non osando cancellare del tutto l’antico e prestigioso culto di Poseidone\Urio per il timore di sollevare la sommossa religiosa popolare degli indigeni, definiti dai Greci Gamoroi e Killiroi[11], vollero incidere nelle monete da loro coniate l’effige di delfini  festosamente saltellanti, simbolo del dio del mare, accanto all’effige della testa della dea.

Per ciò che concerne il culto reso ad Apollo, va detto che egli era il protettore dei Troiani, i quali gli avevano innalzato uno splendido tempio sull’acropoli chiamata Pergamo. Secondo il mito greco narrato nell’Iliade, sarebbe stato il dio Apollo a fomentare l’ira di Achille per procurare, in tal modo, guai ai Greci, responsabili dell’offesa arrecata al dio della luce. Infatti il re degli Achei, Agamennone, aveva offeso il sacerdote Crise. Nella Sicilia pre-greca Apollo era onorato grandemente, anche sotto altri nomi, come lascia presumere anche la ricorrenza, in territorio isolano, del simbolo che più caratterizza il dio, cioè il sole. Riteniamo che i Troiani al seguito di Enea rimasti in Sicilia, diversamente dal loro capo, nella volontà di assimilarsi alla popolazione isolana non tardarono ad identificare il loro dio Apollo con un dio locale, Adrano, le cui caratteristiche erano simili a quelle di Apollo[12]. In alcune monete coniate nella zecca della città di Adrano è rappresentata una divinità che, per le sue caratteristiche, potrebbe riferirsi indifferentemente sia ad Apollo che al dio locale Adrano: ad entrambe le divinità può, infatti, riferirsi la testa coronata d’alloro (o forse d’ulivo) effigiata nel diritto; ad entrambe le divinità può adattarsi la lira effigiata nel verso della moneta, strumento utilizzato dai sacerdoti dediti al culto, riscontrabile in molte aree geografiche del pianeta, dalla Palestina alla Mesopotamia e dalla Grecia alla Sicilia[13]. I numismatici, dal canto loro, identificano la testa effigiata nella moneta tout court con quella di Apollo, ma si fa presente che in essa mancano gli attributi specifici del dio, ossia la faretra con l’arco e la corona di raggi posta sul capo.

GLI ANCHISIADI

Dalla lettura dell’Iliade emerge che la famiglia del principe troiano Enea era considerata la seconda per importanza, dopo quella del re Priamo. Una famiglia così importante non poteva certamente essere priva di ruoli sociali di primo piano, specialmente in considerazione del fatto che godeva, oltre che del prestigio insito nei natali degli illustri avi, della presenza di una cospicua clientela. Poco credibile è dunque il ruolo di convitato di pietra che l’imbarazzato Omero, nell’Iliade, fa recitare al principe Anchise[14]. Poco credibile risulta la posizione coniugale di Anchise,  il quale avrebbe vissuto durante la propria lunga vita un unico platonico amore nei confronti di una dea invisibile che gli avrebbe generato un unico figliuolo. Le nostre incredule riflessioni circa l’unica genitura di Enea vengono a prendere corpo nel momento in cui, durante il racconto omerico, fa la sua apparizione un certo Echepolo Anchisiade, citato di volata solo a proposito di un cavallo da lui donato ad Agamennone e poi utilizzato da Menelao nella corsa con le bighe tenuta durante i giochi celebrati in onore della morte di Patroclo, al fine di riscattare la propria mancata partecipazione alla guerra di Troia; infatti, l’utilizzo del patronimico (Anchiside o Anchisiade),  induce a ritenerlo un figlio di Anchise, scappato da Troia per le ragioni sotto ricostruite ed insediatosi a “Sicione spaziosa[15], nel Peloponneso, e pertanto assimilatosi agli Achei.

Dai poemi de I Ritorni o Νόστοι, che narrano il ritorno dei Greci in patria dopo la distruzione di Troia, apprendiamo che fu impossibile per i principi e i re convocati da Agamennone  esimersi dal partecipare alla guerra di Troia. Neanche l’astuto Ulisse e il divino Achille, quest’ultimo nascosto dalla madre Teti, travestito da fanciulla, presso la corte del re Licomede,  poterono sfuggire all’arruolamento coatto imposto da Agamennone. Pertanto, il fatto che Agamennone avesse dispensato Echepolo dal partecipare alla guerra semplicemente in cambio del riscatto di un cavallo appare alquanto sospetto;  la prospettiva cambia se si tiene conto di un vigente codice etico di guerra: Echepolo Anchisiade  non poteva partecipare ad una guerra  fratricida di cui avrebbe dovuto rendere conto alle Erinni! Infatti, non solo Enea era suo fratello, dato emergente dal patronimico Anchisiade utilizzato sia per Echepolo che per Enea, ma i figli di Priamo gli erano cugini ed inoltre suo fratello Enea aveva sposato una figlia di Priamo, Creusa. Echepolo, partecipando alla guerra, avrebbe dovuto incrociare le armi con fratelli, nipoti e cognati.

La stirpe di Anchise, come vedremo, non si esauriva con Echepolo ed Enea, figli di madri diverse. Della presunta figliolanza di Anchise parlano Tzetze, gli scoliasti ed Ellanico di Lesbo, secondo i quali Egeste ed Elimo, che Enea trova già in Sicilia dopo la fuga da Troia e il suo sbarco a Trapani, erano arrivati nell’isola al tempo in cui a Troia era re Laomedonte. Il fatto che la figliolanza di Anchise fosse di così elevato lignaggio spiega il motivo per cui il re troiano non solo aveva conferito al figlio divino di Anchise incarichi militari importanti, ma aveva perfino celebrato un matrimonio di stato tra l’eroe e una delle sue figlie[16], ciò nonostante le forti diffidenze che il re troiano nutriva nei confronti di Enea, avvalorate anche dalle affermazioni di Achille (libro XIX) laddove l’eroe greco, rivoltosi al troiano, afferma: “A batterti con me t’ha forse spinto il tuo cuore nella speranza di prendere il posto di Priamo in mezzo ai Troiani?”. Dalla lettura dell’Iliade emerge che Enea a Troia fosse considerato il secondo per prestigio dopo Ettore; anche il significato del suo nome,  En.Ea ossia “Il primo nell’acqua”, riconduce al suo ruolo di primo comandante della flotta troiana[17].

Il motivo per cui Echepolo aveva abbandonato la città di Troia o era stato da essa esiliato va ricercato dunque in un conflitto venutosi a creare per la successione al trono di Troia fra la stirpe di Anchise e quella di Priamo ovvero fra i Dardanidi e i Troiani.

UN REGNO USURPATO

Priamo era pervenuto a capo del regno della Troade in modo illegittimo. Grazie all’Iliade omerica è possibile ricostruire l’albero genealogico dei Dardanidi. Il capostipite della famiglia regnante a Troia era Dardano, da cui nacque Erittonio e, da questi, Troo. Da Troo nascono Ilo, Assaraco e Ganimede. A partire dalla generazione successiva dovettero innescarsi le lotte intestine tra i cugini per la successione al regno. Escludendo Ganimede, morto giovanissimo senza figli, la Troade dovette essere stata suddivisa o contesa tra il figlio di Ilo, Laomedonte, e il figlio di Assaraco, Capi[18]. Vari indizi, tra i quali l’indole di Laomedonte, il quale non ebbe timore di sfidare l’ira degli dèi non mantenendo il giuramento con il temuto dio Poseidone, e la notizia, contenuta nell’Eneide, della presenza in Sicilia, in territorio etneo, di un certo Capi, inducono a ritenere che Laomedonte avesse cacciato il cugino Capi da Troia per acquisire il pieno potere.

UN CAPOSTIPITE COMUNE A TROIANI E FEACI

Nell’Odissea, nel capitolo dedicato ai Feaci, si fa riferimento al capostipite di questi:  Eurimedonte, nonno del re Alcinoo. Riteniamo che Laomedonte ed Eurimedonte potessero essere la stessa persona. Proveremo sotto ad enucleare le ragioni di tale probabile identificazione.

In primo luogo il nome dei due re è sovrapponibile, in quanto formato dal radicale Medonte, molto comune sia tra i Troiani che tra Achei (Medonte si chiamava ad esempio il fratello di Aiace), preceduto dai prefissi Lug nel caso del troiano, che significa luminoso in lingua nord-europea, e da Ur nel caso di Eurimedonte,  che sta per antico, prisco, primordiale in lingua nord-europea. Anche Perseo, come afferma Apollonio Rodio nelle Argonautiche, veniva chiamato dalla propria madre Eurimedonte. Le caratteristiche dei due re sono inoltre simili. Il capostipite dei Feaci, Eurimedonte, viene detto dal poeta dell’Odissea principe dei Giganti; nel poema si legge anche che il re portò alla rovina quel popolo e sé stesso. Laomedonte non viene esplicitamente definito principe dei Giganti, ma lo è di fatto dal momento che Poseidone, padre dei Ciclopi (assimilabili ai Giganti), costruttori delle mura di Troia sotto il comando del divino genitore, inviato in esilio da Zeus a Troia,  era sottoposto al re troiano. Anche Laomedonte fu del resto causa della propria stessa sventura. Ancora: nell’Odissea si legge che Poseidone, così come i Ciclopi suoi figli,  perseguitavano i Feaci e li vessarono al punto, come sostenuto da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, da indurli a fuggire dalla patria originaria, forse Troia, il cui destino era quello di essere seppellita da una roccia scagliata da Poseidone, per approdare a Scheria (a nostro motivato parere identificabile con Siracusa).  La medesima persecuzione Poseidone la condusse nei confronti di Troia, predestinata alla totale distruzione, e del loro re Laomedonte.

Gli storici, gli Aedi, i poeti che scrissero intorno ai Feaci e ai fatti di Troia, da Apollonio Rodio a Tucidide fino all’autore dell’Odissea, mettono per iscritto una storia che, essendo stata per lungo tempo tramandata oralmente, potrebbe aver fuso, almeno in parte, gli eventi che si riferivano a Laomedonte, a Troia, con gli eventi siciliani dei Feaci e del loro capostipite. La meritata fine di Laomedonte, avvenuta per mano di Ercole anni dopo il suo litigio con Poseidone, da cui evidentemente il re non aveva tratto insegnamento alcuno, coinvolse anche i figli del re troiano. Infatti, Ercole, sentendosi profondamente ferito nell’onore ed avendo visto minato il proprio prestigio a causa del comportamento di Laomedonte[19], conquistata la città di Troia con sole sei navi, una generazione prima della epica guerra, punisce con la morte il re troiano e tutti i suoi figli, risparmiando solo il più giovane, Priamo, poiché aveva dimostrato saggezza e lungimiranza esortando il padre ad adempiere alle promesse fatte all’irascibile eroe greco.

Durante la presa di Troia da parte di Ercole, è probabile che alcuni figli e parenti del re – cinque figli maschi e tre femmine secondo una tradizione affermata – intimoriti da Ercole, del quale era ormai evidente la prossima vittoria, avessero abbandonato la città. Il semidio greco, più testardo dello stesso Poseidone, dopo avere eliminato quelli che erano rimasti a difesa di Troia, inseguì i transfughi fin nelle loro nuove sedi,  dove questi avrebbero assunto nuovi nomi[20]. Solo in tale prospettiva è possibile comprendere il motivo per cui Ercole, giunto in Sicilia, stando alla narrazione di Diodoro Siculo, avrebbe eliminato immotivatamente alcuni principi sicani, noti per la prodiga e cordiale accoglienza riservata agli stranieri. In realtà i principi ritenuti sicani dallo storico di Agira, tra cui Erice, erano i trasfughi troiani perseguiti da Ercole.

Tornando ad Enea, come sopra affermato, il padre Anchise, figlio di Capi, era risultato sconfitto nella lotta per la successione al potere contro il pro cugino Laomedonte. Dopo l’eliminazione del tracotante Laomedonte da parte di Ercole, gli Anchisiadi si aspettavano, con molta probabilità, che il potere a Troia fosse assunto da Anchise, ma la scelta di Ercole ricadde sul giovanissimo Priamo. Nonostante durante gli anni del suo regno questi si fosse dimostrato un buon re per i Troiani e avesse celebrato matrimoni di stato fra le due casate, è da ritenersi plausibile un atteggiamento rancoroso degli Anchisiadi nei confronti del cugino Priamo. È probabile che, in conseguenza di questi sentimenti rancorosi,  i figli di Anchise, Echepolo in testa, avessero rivendicato apertamente l’eredità, magari approfittando del momento di crisi in cui versava la città, attribuibile ai sempre più assordanti rumori di guerra tra Greci e Troiani. In questo caso l’Echepolo Anchisiade presentato da Omero nell’Iliade come donatore di cavalle[21] ad Agamennone, doveva costituire, con i suoi fratelli non menzionati nel poema, una minaccia per Priamo, il quale lo avrebbe esiliato. È probabile anche che al giovanissimo Enea venisse invece concesso di rimanere a Troia col vecchio Anchise.

LA CITTÀ DI ADRANO, CENTRO RELIGIOSO DEL DIO NAZIONALE, ACCOGLIE ESILIATI E PROFUGHI TROIANI

È interessante a questo punto della nostra ricostruzione circa le lotte intestine tra le due famiglie troiane aspiranti al regno, chiedersi dove avesse posto la sua nuova dimora Capi[22], nonno di Enea, dopo l’esilio da Troia. La risposta viene fornita dalla stessa tradizione vigente a Troia, secondo la quale si attribuivano al capostipite dei Dardanidi origini italiche. Secondo la suddetta tradizione Dardano, capostipite dei troiani,  proveniva dalla Tirrenia, regione identificabile con l’Italia centrale e, più precisamente, con l’Etruria. Di conseguenza appare ovvio che l’esule troiano Capi, accampando legittime ragioni, avesse cercato ospitalità se non addirittura aiuto militare presso i parenti dell’Italia, al fine di riscattare il sopruso subito dal cugino Laomedonte. Anche Enea, ricalcando la scelta del nonno Capi, dopo la distruzione di Troia, consultato l’oracolo al fine di avere una risposta da Apollo sulla nuova via da seguire, riceve il responso di recarsi presso l’antica patria dell’avo Dardano, cioè la Tirrenia, in Italia. Tuttavia, se dobbiamo dar credito a Virgilio che pone il regno di un certo Capi, da noi identificato con l’esule troiano, presso il fiume Simeto, che scorre nei pressi dell’attuale città di Adrano, alle pendici dell’Etna, dobbiamo dedurre che Capi non raggiunse mai l’Italia centrale. Approdato probabilmente in Puglia, venne respinto dai popoli ivi stanziati e ripiegò  verso la Sicilia ove poteva contare comunque su altre parentele. Questa seconda ipotesi coincide sotto il profilo cronologico con quanto affermato dagli storici antichi circa l’arrivo dei Siculi in Sicilia,  dei quali dimostreremo più sotto i legami di consanguineità con i Troiani e con i Siculi dell’Italia.

Dionigi di Alicarnasso, citando Antioco di Siracusa, pone l’arrivo dei Siculi in Sicilia ottant’anni prima della guerra di Troia, mentre Ellanico di Lesbo riteneva fosse avvenuto tre generazioni prima della guerra. La datazione fornita dagli storici, come si può notare, è approssimativamente a ridosso di quella in cui avviene l’esilio di Capi da Troia. Secondo Ellanico i Siculi, giunti in Sicilia, avrebbero fatto tappa presso la regione dell’Etna. Servio, Varrone, Plinio e Dionigi sono concordi nel ritenere i Siculi i più antichi abitatori del Lazio ossia l’area geografica del Centro-Italia comprendente anche la Tirrenia, luogo da cui proveniva Dardano. A tal proposito non può passare inosservato che le mura della città di Arpinio, una delle cinque città fondate da Saturno, secondo il mito, e dunque tra le più antiche del Lazio, siano fornite di una porta Scee, come quelle di Troia. Tale testimonianza degli storici consolida l’ipotesi secondo la quale i Troiani, i Siculi del Lazio e quelli di Sicilia fossero legati da vincoli parentali derivanti dal comune ceppo indoeuropeo. Si consideri per altro che, nel libro XIII,790 dell’Iliade Virgilio afferma che alcuni capi degli alleati troiani provenivano dalla Skania, nome identico a quello dell’attuale regione meridionale della Scandinavia e simile a quello della S(i)kania, primo nome dato alla Sicilia. Ciò spiegherebbe, tra le varie affinità che accomunano Troiani e Sicani-Siculi, di cui tratteremo ancora più avanti, anche la presenza di quel particolare copricapo appartenuto ad Ulisse, sul quale Omero si sofferma incuriosito, realizzato utilizzando zanne di cinghiale e cuoio. Di questi particolari copricapo se ne sono trovati sia a Troia che in Puglia. Dardano che, secondo il mito, con un drappello di fidi al seguito, partiva dal centro Italia per raggiungere il Bosforo dove, venendo ben accolto dalla gente del luogo grazie ai vincoli di stirpe, sarebbe stato messo perfino nelle condizione di fondare una città tutta propria, non poteva, nella nuova città, non adottare gli usi e i costumi dell’italica sua patria. Alla luce di tale ricostruzione storica Dardano prima e Capi dopo, seguito a distanza di tre generazioni dallo stesso Enea, avrebbero ripercorso il medesimo tragitto anche se, nel caso degli ultimi due, in senso inverso rispetto al primo,  a motivo  dei comuni vincoli di consanguineità che legavano i tre ecisti.

Ricapitolando, poiché la cronologia dell’arrivo dei Siculi in Sicilia tracciata dagli storici antichi concorda con gli elementi da noi forniti sopra e con il periodo in cui Capi venne esiliato da Troia, possiamo dedurre che i due personaggi col nome Capi, quello citato da Virgilio e insediato in Sicilia presso il fiume Simeto e quello che fece da condottiero a quanti arrivarono nell’isola di Sicilia, siano in realtà la medesima persona o uno l’erede dell’altro. A ciò si aggiunga quanto si legge nell’Eneide circa il contributo di Arcente, sacerdote del culto degli dèi Palici figli del dio Adrano, nei confronti di Enea in lotta contro i popoli del centro Italia. Arcente invia in soccorso del Troiano il proprio figlio, che si chiama anch’egli Capi. La partenza del siciliano Capi in soccorso di Enea dalla città simetina nella quale si celebrava il prestigioso culto dei figli del dio sicano Adrano, si può giustificare solo ipotizzando dei vincoli parentali che legavano il Troiano e il Sicano: entrambi dovevano essere nipoti dell’esule Capi cacciato da Troia da Laomedonte.

È innegabile inoltre, a conferma della tesi secondo la quale il Capi virgiliano sia identificabile con il transfugo troiano o con il nipote dello stesso, l’esistenza di varie affinità tra Troia ed il territorio adranita: presso Troia scorre il fiume Simoenta e presso Adrano scorre il fiume Simeto, dove Virgilio, nel suo poema, pone l’Ara degli dèi Palici, il cui culto probabilmente era esercitato da Arcente. Il mito dei Palici, il cui nome, nella cultura isolana,  deriva da Bal – Signore, era comune alle due culture. Infatti, anche i Troiani onoravano i gemelli Apollo e Artemide, nati da Leto nell’isola di Delo; forse non è casuale che ad Adrano esista tutt’oggi una contrada, nei pressi del luogo in cui si svolgeva il culto dei gemelli, denominata Leto, come la madre dei gemelli greci. Inoltre è significativo il fatto  che i Palici venissero appellati anche Delli, dal termine germanico Delnascosto, che dà il nome all’isola greca nella quale Apollo ed Artemide erano stati appunto nascosti, così come ad Adrano i gemelli Palici erano stati nascosti dalla madre Etna all’ira di Era, come narra Eschilo, assumendo le sembianze di due fonti di acqua, presso le quali si officiava il loro culto. Anche a Troia vi erano due fonti d’acqua, appena fuori le mura della città (Iliade XXII,147) che si riversavano nel fiume Simoentha, esattamente come quelle in cui erano celati i Palici presso Adrano, che affluivano nel fiume Simeto. Inoltre le due coppie di fonti d’acqua, quella troiana e quella adranita, esprimono una dicotomia implicita nel culto delle due coppie di gemelli divini[23]: le due fonti troiane, come afferma Omero, erano una di acqua calda e l’altra di acqua fresca come neve; le due fonti adranite venivano denominate l’una d’acqua scura e l’altra di acqua chiara.

Un’altra prova dell’affinità sicano-troiana va rintracciata nel simbolismo di una moneta adranita in cui è effigiata un’aquila che tiene fra gli artigli una serpe, chiaramente riconducibile a Troia e precisamente al nefasto presagio verificatosi durante l’assalto troiano alle navi achee, quando gli eserciti videro una serpe, liberatasi con un morso dagli artigli di un’aquila in volo, cadere tra le fila troiane. Poiché il presagio nefasto, ignorato da Ettore, provocò la rovina dell’esercito e della patria troiana, la moneta potrebbe essere stata coniata durante un momento politico e militare difficile per la città di Adrano[24], quale monito ed invito a seguire i responsi augurali inviati dagli dèi. In un’altra moneta viene raffigura la lira nel retro e nel dritto la testa di Apollo, forse equiparato dai Troiani al dio locale Adrano.

Un’altra prestigiosa presenza troiana in Sicilia, quella di Erice, si può spiegare ipotizzando una prima cordata di profughi giunti nell’isola al seguito dell’esiliato Capi. Infatti, riteniamo plausibile che Erice, definito figlio di Afrodite, fosse giunto in Sicilia al seguito del padre (o zio) Capi, esiliato da Troia per i motivi sopra ricostruiti. Diversamente dal fratello Anchise, troppo giovane per costituire un pericolo per Laomedonte, Erice sarebbe stato costretto a seguire in esilio il padre.  Una generazione dopo, Enea, inseguendo il proprio destino, avrebbe raggiunto i propri consanguinei in Sicilia dove, sul monte Erice, i Sicani tributavano grandi onori alla dea Afrodite già prima dell’arrivo di Enea. Proprio presso Erice sarebbe stato sepolto Anchise.

SIKULI E SIKANI TROIANI

nkò.Potrome bovina proveniente dal centro siculo di Castiglione (RG)

Secondo Tucidide il territorio siciliano era ripartito tra Elimi, Sikani e Sikuli, ma la componente dominante era quella sicana, alla quale si assimilano ben presto sia Elimi che Siculi.

Se il nonno di Enea, Capi, esiliato da Troia, avesse voluto raggiungere l’Italia centrale, sede dei propri avi, avrebbe seguito certamente la rotta più ovvia, l’Adriatica. Approdato in Puglia e deciso a giungere fino in Tirrenia, ove credeva di ritrovare ancora i parenti dell’avo Dardano, potrebbe essere stato  ostacolato però dai popoli stanziati nel centro Italia. Di conseguenza avrebbe scelto di ripiegare nella direzione della Sicilia. È probabile che il capo carismatico degli esuli troiani, giunto nel territorio italico, avesse fatto lega con alcuni popoli della zona in lotta tra loro, come avrebbe fatto successivamente Enea appena sbarcato nel Lazio. L’antica presenza della popolazione sicula, attestata dagli archeologi, dalla Puglia fino al Lazio, induce a pensare che il duce troiano avesse fatto lega con una tribù ancora seminomade, nota con il nome di Mandriani o Siculi (da sich – sé e kuhvacca). I Siculi erano la discendenza di uno dei tanti gruppi che formavano il composito popolo del mare citato dal faraone Ramesse II e raffigurato, per volontà dello stesso faraone, nel tempio di Abu Simbel con al seguito dei carri trasportati da buoi (kuh). Infatti, il popolo del mare, che appare improvvisamente in Anatolia nello stesso periodo in cui nell’altro versante si combatteva la guerra di Troia, dopo aver scorazzato per un decennio in Asia ed aver cancellato i regni che trovava sul proprio cammino, da quello Ittita a quello Miceneo, sfaldandosi man mano in mille rivoli, era approdato fino alle rive del Nilo; qui il Faraone, forte del suo poderoso esercito ma soprattutto del fatto che quel popolo si era assottigliato notevolmente strada facendo, lo costrinse a ripiegare nella Palestinese Ascalona. Da qui alcuni gruppi presero dimora presso i consanguinei Filistei, altri presero il mare fermandosi tra le decine di isole del Mediterraneo, e in ultimo un piccolo gruppo raggiunse l’Italia meridionale. Poiché il periodo di questa wanderung (grande marcia) dei popoli del mare coincide con il momento in cui Capi abbandona Troia, è possibile che il Troiano avesse incontrato sul proprio cammino, una volta giunto in Italia, questo gruppo e con loro avesse fatto causa comune. Siccome sui Troiani pesava ancora, come una spada di Damocle, la minaccia della maledizione che Poseidone aveva lanciato contro di loro e la loro stirpe, scelsero di sostituire i propri nomi[25] con quelli delle genti che li accolsero, con le quali si sarebbero fusi e confusi nel tentativo di  eludere il proprio destino:  i transfughi Troiani al seguito di Antenore avrebbero scelto di chiamarsi Veneti dal nome degli alleati che con loro avevano condiviso la fuga; i Troiani al seguito di Enea si sarebbero assimilati ai Latini; quelli che, sempre al seguito di Enea, rimasero nella Sicilia occidentale, come riporta lo storico greco Tucidide, avrebbero assunto il nome di Elimi. Non è ardito, a questo punto, pensare che anche i Troiani al seguito di Capi avessero deciso di adottare il nome di Siculi, preso in prestito dalla popolazione con la quale si unirono e con la quale continuarono il loro viaggio verso la Sicilia.

Capi, grazie al suo nobile lignaggio e al suo carisma guerriero venne riconosciuto il primo comandante siculo di questa nuova compagine etnica. Le affinità etniche tra Siculi e Troiani del resto, così come quelle tra Troiani e Greci, erano tali da renderli indistinguibili. Il nome Capi era comune fra i Germani, tanto che appare inciso nella pietra runica di Ulunda. La Sicilia, fin dai tempi del re Cocalo e dei re Feaci fino all’epoca di Iblone, aveva fama di essere una terra accogliente, nella quale il frutto dell’assimilazione era paragonabile ad un immenso tripode in cui il fuoco, pur alimentato da legna di diversa varietà, dava luogo ad un’indistinguibile fiamma, il cui unico scopo era quello di riscaldare e rischiarare. Per questo motivo, appena raggiunto il sacro suolo Sicano (Sikania significa terra di dio o dell’Avo, di cui i Sikani si consideravano eredi), questi mandriani vennero accolti come ospiti graditi e vennero donati loro territori ove poter fondare piccoli sobborghi, come Letojanni (in onore di Leto, madre dei gemelli Apollo e Artemide), Furci, dal nome dell’eroe frigio alleato dei Troiani citato nell’Iliade, e moltissimi altri luoghi dove nacquero i piccolissimi borghi che ancor oggi popolano le coste e gli alti colli della provincia di Messina. Il numero dei piccoli sobborghi fondati dai Sikuli\Troiani ovviamente decresceva man mano che gli stessi penetravano nell’entroterra, poiché il gruppo umano si assottigliava.

La componente più numerosa si arrestò dunque nelle prossimità del luogo dello sbarco, nella Sicilia orientale. Poiché qui il fenomeno fu più massiccio, rimase impresso nell’immaginario collettivo come un’invasione, più metaforica che reale. Infatti, nessuno storico antico riporta di un conflitto bellico tra Siculi e Sicani. Addirittura Diodoro, non sapendo come giustificare la pacifica accoglienza dei Siculi, ritenuti erroneamente un grande contingente di uomini, sostiene l’assurda tesi secondo la quale essi avrebbero occupato i territori abbandonati dai Sicani dopo una violenta e devastante eruzione dell’Etna. In realtà i Siculi vennero accolti e assimilati dai pacifici Sicani. Tra l’altro questi nuovi venuti, per maggioranza mandriani privi di esperienza militare ad eccezione dell’esiguo drappello troiano precedentemente unitosi a loro, non rappresentarono, a motivo del loro esiguo numero, una minaccia reale per l’isola né dal punto di vista culturale né da quello militare. Si consentì loro di fondare piccoli sobborghi militarmente insignificanti e parte di loro venne assimilata dalle indigene città Sicane ove presero residenza. Che l’assimilazione dei siculo-troiani ai Sicani fosse totale, lo testimonia il fatto stesso che il principe troiano Erice veniva definito Sicano da Diodoro e Sicano veniva ritenuto da Polieno il principe della città di Innessa Teuto, che nel VI sec. a.C. governava la città ove sorgeva il santuario del dio sicano Adrano e veniva celebrato il culto dei suoi due figli gemelli, i Palici. La presenza di gruppi di Elimi e di Siculo-Troiani in Sicilia, accanto alla predominante presenza Sicana, non deve pertanto fare dimenticare che la cultura predominante dell’isola fu e rimase sicana.

*

– Francesco Branchina


[1] Sul metodo interpretativo vedasi: http://obbiettivoadrano.it/jam-akaram-la-lingua-dei-sikani-e-il-sacro-ruolo-degli-adraniti-2/. Utile la consultazione, sul sito www.miti3000.eu, del testo di F. Branchina, Glossario etimologico delle lingue antiche.

[2] Ditti Cretese è un cronista della guerra di Troia al seguito del re cretese Idonomeo. Lo storico racconta una versione della guerra di Troia che si allontana da quella narrata da Omero.

[3] I Sicani occuparono omogeneamente il territorio siciliano sin dalla fine dell’ultima glaciazione. La scomparsa della civiltà sicana in Sicilia è  attribuibile alla sistematica opera di sovrapposizione culturale attuata dai coloni greci a partire dal loro insediamento nell’isola, iniziato intorno alla metà dell’VIII sec. a.C. La cultura sicana, tuttavia, soprattutto nella sua componente religiosa, si protrae per via esoterica grazie all’attività conservatrice di alcune caste sacerdotali. Nell’ambito della concezione religiosa sicana possiamo distinguere due fasi evolutive: una prima fase caratterizzata da una religiosità d’ordine panteistico in cui si riconosceva una forza primordiale creatrice di ogni cosa, con le sue diverse manifestazioni; una seconda fase che vide la personificazione delle forze manifestate quali riverbero dell’unica forza creatrice. È questa la fase in cui, come afferma Erodoto nelle Storie, gli dèi, sino ad allora privi di nome, vennero denominati. Accadde che ogni popolo coniò nomi o epiteti funzionali ad esprimere al meglio il tipo di manifestazione con la quale la divinità si presentava a loro. La divinità poteva dunque essere apostrofata “mare moto” piuttosto che “spacca terra” o  “il furioso”, “il tonante”, secondo le modalità più o meno violente delle sue apparizioni.  

[4]  I termini Ciclopi, Sicani, Siculi, Feaci alludevano ai compiti sociali rivestiti da determinate categorie in seno alla medesima società; i Ciclopi, da ki-klopfen, erano gli scalpellini, i Siculi, da sich-kuh, erano i mandriani, i Sicani, da sich-Ano, erano  i detentori  della tradizione lasciata dai padri, gli eredi dell’Avo e si potrebbe ancora continuare. Tali nomi, nati allo scopo di distinguere le competenze specifiche dei gruppi, nel tempo furono erroneamente considerati come nomi di diverse e distinte etnie  (vedasi sul tema la conferenza La terra dell’Avo, tenutasi a Belpasso CT, promossa dall’associazione Archeoclub della cittadina, diffusa attraverso Youtube).

[5] Il nome è formato dai lessemi En – primo (lingua norrena), hochalto e sigevittoria, cioè: “Il primo che riportò l’alta  vittoria” o “Il vittorioso”. Il nome di un mitico eroe germanico, Sigfrido, ha un simile significato, da sigevittoria e friedepace, felicità.

[6] Cfr. http://www.miti3000.eu/adrano-avo-sicano/854-i-feaci.html

[7] Lo storico Giuseppe Flavio, nel suo trattato Antichità Giudaiche, libro IV,204, afferma che Mosè impose agli Ebrei di recarsi tre volte l’anno nella città della terra di Canaan ove vi era l’unico tempio dedicato al dio degli Ebrei e ciò al fine di impedire che il popolo di Israele perdesse ogni contatto tra i suoi membri ed una tribù finisse per ignorare l’altra. Tale testimonianza chiarisce in che modo gli antichi riuscissero a sancire e mantenere nel tempo i vincoli di parentela.

[8] Circa la ripartizione del mondo in tre settori suddivisi fra tre mitici fratelli, a cui si riferiscono i miti di tutte le civiltà della terra, rimandiamo per ulteriori approfondimenti al seguente link  http://www.miti3000.eu/mutazione-consonantica-o-differente-pronuncia.html.

[9] Vedasi http://www.miti3000.eu/adrano-avo-sicano/854-i-feaci.html.

[10] Apollonio Rodio afferma che, molto tempo dopo l’approdo degli Argonauti in Sicilia, nella città dei Feaci, gli Efiri (Efiria è l’antico nome di Corinto, patria di Archia) avrebbero trasportato in terra di Feacia la loro dimora. È evidente che Apollonio si riferisce allo sbarco di Archia, accolto benevolmente dal re siciliano Iblone, nella futura Siracusa. I coloni Megaresi al seguito di Archia fondarono la città di Megara Ibla, i coloni Corinti si stabilirono nella città di Iblone, Siracusa, ove vi era il tempio di Poseidone, citato da Cicerone nelle Verrine con il nome autoctono di Urio, protettore dei supplici.

[11] Vedasi http://obbiettivoadrano.it/la-sicilia-pre-ellenica-i-feaci-e-la-fondazione-di-sicher-usa-siracusa-2/.

[12] Nella contrade limitrofe alla città di Adrano, nei siti archeologici compresi nel suo territorio, sono stati ritrovati moltissimi pesetti da telaio su cui è impresso il simbolo del sole.

[13] Vedasi http://obbiettivoadrano.it/un-dio-tra-il-simeto-e-leufrate-2/.

[14] Omero non poteva non essere a conoscenza delle versioni della guerra di Troia fornite da due storici coevi, testimoni oculari degli eventi, Darete Frigio e Ditti Cretese. Darete e Ditti sostenevano che Enea collaborasse con il nemico. Raccontando i fatti quattro secoli dopo gli avvenimenti, periodo in cui la Troade viene retta dal potere dei Dardanidi, superstiti dell’eccidio di Troia, Omero, onde non dispiacere i regnanti, dovette scegliere di relegare i Dardanidi ossia gli Anchisiadi ad un ruolo secondario, tacendo il loro ruolo di collaborazionisti del nemico. Desta sospetto il fatto che il poeta dell’Iliade faccia combattere Enea sempre nelle retrovie, che egli sia messo spesso in fuga o, come ama dire il poeta, involato dalla madre Afrodite per scampare al pericolo, è ancora sospetto il dialogo familiare ed accomodante avvenuto fra l’eroe e Achille e poi un eguale dialogo tra Enea e Diomede, che sfocia in una reciproca benevolenza. La diplomatica posizione del poeta cieco nel raccontare i fatti troiani mostra che Omero non solo fosse a conoscenza delle opere di Ditti e Darete – quest’ultimo da lui nominato all’inizio del V libro della sua Iliade – ma che  condividesse, sia pure con imbarazzo, l’ipotesi secondo cui  l’eroe troiano avesse collaborato col nemico. Del resto, la storia conferma che quasi tutte le  città fortificate sottoposte ad un lungo assedio (Gerico, Siracusa e la stessa Roma) siano cadute solo in seguito al tradimento dei propri cittadini, che aprirono nascostamente le porte al nemico. Inoltre il continuo riferimento del poeta cieco alle due componenti, quella troiana e quella dardanide, durante le assemblee che si tenevano a Troia, lascia presumere la presenza di fazioni politiche opposte (libro VII,415).

[15]Omero, Iliade, libro XXIII, v. 296 (traduzione di Giovanni Cerri)

[16] È sospetto il fatto che Enea, durante la fuga, perda per strada la moglie Creusa. Si aggiunga che, sulla base del racconto di Ditti Cretese e Darete Frigio, Enea consegnò Polissena, sorella di Creusa, a Pirro, figlio di Achille, che l’avrebbe uccisa sull’altare del tempio per vendicare la morte del padre, di cui riteneva Polissena responsabile. 

[17] En in lingua norrena significa primo, uno. Per approfondire il significato del nome vedasi: Francesco Branchina –Glossario etimologico delle lingue antiche– Ed Simple.

[18] Apollodoro – Biblioteca III,12,1-3- attingendo ad una diversa tradizione, afferma che Capi avrebbe sposato una figlia di Ilo, divenendo così oltre che cugino cognato di Laomedonte.

[19] Il mito secondo Igino (Fabulae): « … Nettuno e Apollo costruirono le mura di Troia ma il re Laomedonte negò loro la ricompensa promessa per avarizia, allora Nettuno mandò un mostro marino a tormentare Troia. Per decreto oracolare al mostro dovevano essere offerte vergini troiane incatenate. Il mostro divorò molte fanciulle finché Esione fu salvata da Eracle e Telamone che uccisero il mostro. Esione, figlia di Laomedonte, fu restituita al padre con l’impegno che quando i due eroi, che stavano partecipando all’impresa degli Argonauti, fossero tornati, ella li avrebbe seguiti nella loro patria. Anche in questo caso Laomedonte non mantenne la promessa, allora Ercole, organizzata una flotta, attaccò Troia, uccise Laomedonte ed affidò il regno al figlio di lui Podarce (poi detto Priamo), prese Esione e la fece sposare a Telamone. Da queste nozze nacque Teucro… »

[20] Presso i Germani, i Latini, i Greci e altri popoli antichi sussisteva l’abitudine di apporre agli uomini che avevano vissuto eventi significativi dei soprannomi che si riferivano all’evento. Il vero nome di Priamo, per esempio, era quello di Pordace.

[21] Il tema dell’importanza dei cavalli torna a ripresentarsi nel V libro dell’Iliade dove si fa riferimento ai prestigiosi cavalli di Anchise ed Enea.

[22] Nel V libro dell’Iliade apprendiamo che Afrodite, vedendo il giovanissimo Anchise pascolare i buoi, se ne era invaghita. Dal suo ruolo si deduce che il padre Capi era stato già esautorato dal potere.

[23] Il significato simbolico legato alle due fonti è importante poiché veicola una comune filosofia religiosa. Infatti, nell’antinomia delle due coppie di fonti è implicita la concezione della complementarietà degli opposti. Ad Adrano il ritrovamento delle spirali scolpite su due colonne sicule, una con andamento rotatorio verso destra, l’altra verso sinistra, rimandano al concetto della riconversione degli opposti. Ma di ciò si è scritto sufficientemente nel contributo consultabile al seguente link: http://obbiettivoadrano.it/simbologia-e-ascesi-nelladrano-arcaica-2/.  

[24] La città di Adrano, in quanto città santuario e al tempo stesso presidio militarizzato a protezione del territorio siculo dell’entroterra, era il primo obiettivo per gli eserciti nemici che ambivano alla conquista dell’isola, dai Greci di Dionigi ai Romani. Si ricorderà, infatti, che questi ultimi, passati in Sicilia dopo la loro chiamata da parte dei Mamertini, si posero quale primo obiettivo militare la conquista di Adrano, dopo la cui caduta, in seguito ad un’aspra battaglia, si arresero tutte le altre città; lo stesso obiettivo si era dato circa un secolo prima Timoleonte e, circa due secoli prima rispetto alla conquista romana, Ducezio, quando la città si chiamava ancora Innessa.

[25] Tramite l’abitudine tradizionale del cambiamento del nome, ancora in uso nell’investitura sacerdotale cristiana, si otteneva una rinascita, si cancellava cioè il proprio passato. Per questo motivo molte città conquistate venivano rinominate dai nuovi conquistatori.