Questo articolo vuole avere il valore di una espiazione per quanto già affermato sul nostro saggio Adrano dimora di dèi sul culto degli dèi Palici. Le considerazioni esposte nell’articolo intorno al mito dei gemelli siciliani, frutto di scrupolose ricerche in ambito regionale, e un’inevitabile comparazione con altri gemelli divini oggetto di culto presso altre popolazioni, crediamo bastino a risarcire gli stessi del “torto” ricevuto e soprattutto a far luce sulla verità, che è e sarà l’oggetto principale su cui si fondano le nostre ricerche. Prima della pubblicazione del saggio cui si è fatto riferimento, avevamo da poco intrapreso lo studio sulle origini della civiltà sicana: la nostra colpa fu quella di aver ritenuto orientale e non sicano il culto dei Palici, avendo dato credito, più del dovuto, a storici che raccontavano notizie di terza e quarta mano intorno al culto dei gemelli siculi, come quella, per esempio, secondo cui venissero sacrificate loro vittime umane. Quest’ultima informazione, tra l’altro, fornita da ricercatori di qualche secolo fa, non trova riscontro in nessuno degli storici classici.

Rimanendo ancor valide tutte le altre posizioni da noi assunte in merito alla ricostruzione storica e mitologica della città di Adrano espresse nel suddetto saggio, nonché in merito alle radici sicane di Adrano e del culto del dio omonimo, riteniamo doveroso nei confronti dei nostri lettori, riprendere l’argomento che tanto ci tocca nel profondo, correggendo il tiro per quanto detto sui figli di Adrano, gli dèi Palici o meglio Balici. I “Balici” erano “i signori”, dal momento che in sicano, che è una lingua germanica, come abbiamo avuto modo di affermare in svariate occasioni, in seguito al fenomeno della rotazione consonantica la consonante bilabiale sonora B si sarebbe successivamente trasformata nella corrispettiva sorda P, cosa che spiega la successiva trasformazione del termine Bal, signore, in Pal. Dunque i “Balici” erano i Signori. L’attributo sarebbe rimasto ancora in uso fino ai nostri giorni in alcuni toponimi, quale quello della valle detta del Belice o più probabilmente, in origine, dei Balici. Significativo è che l’area geografica in questione ha un numero considerevole di toponimi con radice Bel, quali Ballata, Gibellina e lo stesso fiume che scorre nella valle, che è chiamato Belice. In merito al nome dato al fiume, del resto, non poteva essere altrimenti visto che i due gemelli venivano definiti “i Signori protettori delle navi o dei naviganti”. Il riferimento al fiume Belice, che si forma grazie al convergere di due bracci, detti Belice destro e Belice sinistro, aiuta inoltre a capire un’altra caratteristica degli dèi, quella di essere portatori di una dicotomia.

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Il fiume Belice

Nella parte orientale della Sicilia si utilizzarono pure dei toponimi in onore dei due gemelli divini. Tra questi però riteniamo che non possano essere annoverati i monti Peloritani, la cui radice Bel, Signore, è sì del tutto evidente ma non riferibile ai due gemelli, venendo a mancare in tale catena montuosa il requisito della dicotomia. Il nome dato ai monti potrebbe dunque fare riferimento alla conformazione degli stessi, che “signoreggiano” sul mare prospiciente. Più precisamente riteniamo, partendo dal consueto presupposto secondo il quale la lingua sicana fosse una lingua germanica, che tale nome sia composto dai lessemi Balor, signore, ed Heitan, pregare; azione, quest’ultima, che si abbina perfettamente alle vette dei monti, dal momento che, come abbiamo affermato nei nostri studi, i Sicani, come attesta Tucidide, abitavano su di essi, e che i Sicani, come i Filistei, adoravano i loro dèi “sugli alti luoghi”. Ricordiamo, a proposito dei Filistei, che perentorio fu l’ordine di Mosè, appena arrivato in Palestina e impossessatosi delle città dei Filistei, di abbattere tutti gli altari eretti sugli “alti luoghi”, i loro boschi sacri, i pali sacri. Peccato, però, che proprio i re più prestigiosi di Israele, Davide e suo figlio Salomone, continuarono ad adorare il Signore (Baal?) proprio su uno di questi alti luoghi, il monte Gabaon, uno dei maggiori santuari filistei. La nostra convinzione che il toponimo Peloritani derivi dai lessemi Balor ed Heitan trova conferma anche nel fatto che il nome Balor, come già argomentato nell’articolo Sicani e Celti irlandesi. Due rami dello stesso albero, era il nome del Ciclope irlandese, monocolo anch’egli, padre della principessa Eithne. È necessario ricordare, per comprendere l’importanza di quanto affermato, che intorno all’area peloritana, come già ipotizzato nel precedente articolo su I Feaci, prima dell’implosione del Mongibello (Etna), fosse stanziato il popolo dei Feaci, il quale utilizzava dei nomi affini alla lingua e alla mitologia dei Celti Irlandesi. Il toponimo dei monti messinesi, alla luce di tale ragionamento, potrebbe risalire al periodo in cui i Feaci abitarono quell’area, ancor prima del 6000 a.C.Si noti inoltre che, nelle prossimità del Belice, sorge un’antica città il cui toponimo richiama il nome del padre degli dèi Palici, Monte Adranone. La presenza di tale toponimo, che richiama il dio Adrano e i suoi figli, in un’area che, già da antica data, fu sotto l’influenza cartaginese, ci induce facilmente a supporre, dando ragione a Tucidide, che la presenza sicana in Sicilia non solo fosse precedente alle civiltà cartaginese e greca, ma interessava tutta l’isola, denominata per questo Sicania. La parte occidentale dell’isola e il Belice in particolare, visto che si trovava nella zona di confine tra l’influenza militare greca e quella cartaginese, subì più in fretta l’inevitabile oblio del culto, a motivo della sovrapposizione di altri culti barbarici portati dai conquistatori. La parte orientale dell’isola conservò più a lungo la propria religiosità visto che, ancora al tempo di Augusto, poeti quali Virgilio potevano cantare la famosa “Ara dei Palici” presso il Simeto, con chiaro riferimento alla valle delle Muse, nei pressi di Adrano, ove ancor oggi è visibile la suddetta ara.

Per ciò che concerne il culto dei Palici nell’area etnea, il sito sacro di maggior prestigio si trovava ad Adrano, vicino a quello del loro padre, nella contrada che ancora oggi porta il loro nome, Polichello, composto dai lessemi Bal, ed Helle: il primo chiama in causa il Signore, il secondo l’aldilà. Infatti il termine tedesco Hell indicava un luogo non meglio definibile di un mondo super terreno, posto al di là della terra. Pertanto la contrada Polichello era forse un luogo sacro in cui ai sacerdoti era dato mettersi in contatto con le forze ultra-fisiche dell’aldilà (Hell).

La tradizione vuole che nei pressi della cittadina di Adrano, da noi identificata con Etna, i due gemelli, figli del dio omonimo, avessero preso le sembianze di due fonti d’acqua. Queste venivano in superficie sgorgando dalle crepe di enormi massi lavici; una di queste fonti fuoriusciva da una crepa così profonda che, per l’oscurità che ne derivava, veniva detta acqua scura, l’altra, più superficiale, veniva detta acqua chiara. Premesso che il luogo del culto è connotato da una simbologia chiaramente solare, come dimostrano la ruota del sole e la spirale scolpiti sui famosi capitelli ritrovati nella vicinissima e limitrofa zona Mendolito, possiamo affermare con certezza che il dualismo simbolico connesso al culto dei due gemelli, chiaramente ravvisabile anche nella loro identificazione con le fonti di acqua chiara e acqua scura, si riferisce al ciclo solare, caratterizzato da sei mesi di luce e sei mesi di buio, che tanta enfasi trovò nella mitologia scandinava. Gli Scandinavi ancor oggi attribuiscono al solstizio d’inverno un forte valore religioso, rimasto quasi immutato nei millenni. Facciamo notare inoltre che anche nel mito di un’altra famosa coppia di gemelli, i Dioscuri, si ripropone la metafora sicula dell’avvicendamento della luce e delle tenebre, dal momento che questi fratelli, figli di Zeus, abbandonato il mondo degli uomini, abitavano un giorno sull’Olimpo e il successivo nell’Ade.

Ma per comprendere appieno il culto dei gemelli siculi dovremmo meglio esaminare un altro culto gemellare solare, quello tributato in Grecia alla coppia di gemelli Apollo e Diana. Anche questi come i Palici, nati da Zeus e la Ninfa Etna secondo la versione greca divulgata da Eschilo, erano stati generati da un rapporto extraconiugale tra il re dell’Olimpo e la bella Latona e nascosti all’ira di Era nell’isola di Delo. Si noti che il nome dell’isola greca nella quale vennero partoriti prima Diana e immediatamente dopo Apollo, riconduce all’appellativo Delli, cioè “I nascosti” (dal germanico dell, che significa “nascosto, celato”), conferito in Sicilia ai due gemelli Palici. Tali affinità ci hanno indotto a verificare se è possibile rintracciare un comune denominatore nel culto tributato ai gemelli da varie popolazioni, non ultima quella dei Germani, che riservò ad essi una collocazione nel proprio pantheon, come apprendiamo da Cesare.

CARATTERISTICHE DEL DIO APOLLO

Apollo aveva il potere della divinazione. Era gemello di Diana. Elesse l’arco e la lira, con la quale viene più frequentemente raffigurato, come propri simboli. Nacque nell’isola di Delo, “la nascosta” (dal tedesco Dell, nascondere), dal momento che la madre Latona dovette fuggire dalle ire di Era, gelosa per il tradimento del dio-marito, e “nascondersi” nella suddetta isola.

Il nome Apollo è composto dai lessemi ab (da) ed Hell (al di là) e indica quindi colui che viene “dall’aldilà”, cioè da “un altro mondo”, da “un mondo lontanissimo” o iperboreo. Non a caso in Grecia si conosceva un Apollo iperboreo, il cui culto era ritenuto antichissimo.

Apollo uccide il serpente o drago Pitone. S’innamora di Dafne. Ritornato in cielo dopo l’esilio nella città di Troia, dove aveva dovuto espiare, assieme allo zio Poseidone (Bose eid ohne), la pena per la congiura ordita contro il padre degli déi, al servizio del re Laodamante padre di Priamo, viene ricevuto con affetto da Zeus, il quale, dimentico del torto subito, gli affida la guida del carro del sole, precedentemente guidato da Titanio, Elio e Iperione: in questa occasione e per tale incarico assume il nome di Febo. Il suo cocchio solare è trasportato da quattro cavalli: Eoo (l’orientale), Ethon (l’ardente), Piroo (il fuoco), Flegone (il fiammeggiante). Quando, a sua volta, tentò di cedere il cocchio solare a suo figlio Fetonte, questi non fu all’altezza del compito e fece precipitare il carro sulla terra causando guai agli uomini.

Secondo il mito, il dio trascorre sei mesi a Delo e sei mesi in Licia. La sua lira ha sette corde. I raggi che emana la corona che ha sul capo sono anch’essi in numero di sette.

Ad Apollo vennero innalzati numerosissimi templi, alcuni con oracolo e altri senza oracolo. Quelli oracolari si trovavano a Claro, Pataro, Grineo, Delo, Delfo e Mileto; quest’ultimo santuario era conosciuto come l’oracolo dei Branchidi, una famiglia di sacerdoti che si tramandava il sacerdozio oracolare per via ereditaria. A Delfo si celebravano i giochi pitici in memoria dell’uccisione di Pitone. Ma il santuario più famoso e sacro era quello che aveva sede a Delo, città preservata dalle guerre, nella quale nessuno poteva entrare armato. Qui si celebrava un rito: alcuni fra i più illustri cittadini provenienti da varie città greche e non solo salivano, assieme a cinque sacerdoti, su un naviglio di nome Parale. I capi, probabilmente sacerdoti, delle spedizioni, che prendevano il nome di Teoria, si chiamavano Architeore; Teori erano detti i sacerdoti dell’equipaggio e Deliasti i laici. Giunti a Delo, i Teori presentavano le offerte, mentre venivano eseguiti dei balli.

La spedizione sacra inviata dalle città greche a Delo durava circa un mese e gli Ateniesi si distinguevano tra tutti per la ricchezza dei doni che offrivano al dio, tra i quali la pregevole corona d’oro portata dallo stesso Nicia nel terzo anno della guerra del Peloponneso. Il prestigio del culto derivava dalla sua antichità, che si perdeva nella notte dei tempi, ed il rito non poteva essere macchiato da alcunché, tanto da sospendere per tutta la sua durata, circa un mese, anche le esecuzioni capitali. Fu in questo periodo che venne differita l’esecuzione di Socrate.

Graffiti di Tanum, in Svezia
Graffiti di Tanum, in Svezia
Un rito simile veniva officiato in Mesopotamia, a Babilonia, in onore del dio Anu, dalla casta sacerdotale degli Erebitti, il cui capo si chiamava Urigallu. Abbiamo buoni motivi per credere che un identico rito si svolgesse pure in Scandinavia, se le numerose navi scolpite nelle rocce di Tanum cittadina della Svezia sono state da noi giustamente interpretate. Queste navi scandinave, dette navi del sole, mostrano dodici persone a bordo e un sacerdote, che tiene alzato un simbolo, verso il quale si rivolgono, in chiaro atteggiamento di devozione, gli altri dodici passeggeri. Il simbolo che il sacerdote solleva non è definibile, ma è evidente che esso è formato da “due” estremità, a simboleggiare forse la dicotomia luce/oscurità implicita nel rito del solstizio d’inverno, a cui questi popoli furono particolarmente sensibili. Non è forse un caso che Alcinoo affermi, rivolgendosi ad Ulisse, che i Feaci erano retti da dodici principi e lui era il tredicesimo, in quanto primus inter pares o capo dei capi.

Nel tempio di Apollo a Delfi, l’ispirazione profetica era infusa dal dio ad una donna denominata Pizia, la quale sedeva su un tripode posto dentro l’antro, dal quale risalivano dal profondo del suolo esalazioni. Gli oracoli venivano dati in versi e una sola volta l’anno, coincidente con l’equinozio di primavera.

TRATTI CARATTERISTICI DI APOLLO

I tratti caratteristici di Apollo erano cinque: la luce, la divinazione, la scienza medica, la lira, la vita pastorale. La lira, come già affermato, ha sette corde. Vista l’insistente presenza simbolica del numero sette in relazione al dio, si potrebbe pensare che lo stesso avesse la funzione di indicare il posto occupato da Apollo in un’ipotetica scala gerarchica divina. Il pantheon era infatti formato da dodici divinità, numero sacro e non modificabile; si comprende, alla luce dell’immodificabilità di tale numero, il rifiuto di Ercole, figlio di Zeus, di entrare nel Pantheon una volta morto, al fine di non sottrarre l’ambito scranno ad un altro dio. Anche il dio persiano Mitra è effigiato con un mantello rosso trapuntato da sette stelle con otto raggi.

Al fine di individuare la comune origine del mito sicano dei gemelli Palici e di quello greco degli dèi gemelli Apollo\Diana, faremo riferimento al dio del sole irlandese, il celtico Beleno, il cui nome richiama i Balici/Palici siculi e la cui collocazione geografica richiama la provenienza di Apollo da “un altro mondo”, da “un mondo lontanissimo” o iperboreo (ab hell), supportata dal fatto che tra i più antichi adoratori di Apollo vengono citati gli Iperborei. Inoltre Latona, la madre di Apollo, secondo l’antico mito arrivò a Delo da terre definite lontanissime, accompagnata da lupi, caratteristiche che fanno pensare a terre fredde se non addirittura polari. La provenienza del dio da terre lontanissime (forse glaciali o iperboree) o comunque il riferimento a luoghi o tempi glaciali, trova una corrispondenza nel racconto a sfondo religioso del persiano Zarathustra, secondo il quale il dio Haura Mainyu avrebbe fatto calare il gelo sul mondo. Nel mito persiano è un uomo di nome Yama che, a causa dell’avversione di un dio, è costretto a spostarsi di volta in volta, man mano che il dio rende ostile l’habitat terreno.

COMPARAZIONE DEI DUE MITI. L’ANTRO DI PALAGONIA

L’abbandonato e solitario antro dei Palici, in cui echeggia ancora la profetica voce dei responsi sotto forma del gracchiare dei corvi i quali, nascosti dalla macchia mediterranea, a centinaia si alzano in volo non appena l’incerto passo dell’anacronistico neofita tenta di accedere all’arcano e profetico luogo, ispira ancora oggi il visitatore e ne stimola la fervida immaginazione. I due laghetti, un tempo ribollenti nei pressi dell’antro, oggi non esistono più, prosciugati, assieme ai vaticini che nessuno sa più raccogliere. Tuttavia, le pur deboli residue forze extrafisiche rimaste imprigionate in quei luoghi sono ancora capaci di trasmettere flebili vibrazioni che, captate da animi particolarmente sensibili, fanno ben sperare nella persistenza di quanto si credeva definitivamente perduto.

Tornando al culto tributato ai gemelli siculi e greci, non si possono non notare le sconcertanti similitudini relative alla ritualità che veniva tributata in loro onore; particolarmente significativa è la ritualità legata al tema del viaggio. Si è già fatto riferimento, infatti, al viaggio che cinque sacerdoti provenienti dalle città greche intraprendevano, a bordo di un battello, per raggiungere Delo, dove vi era il maggiore santuario del dio Apollo. Anche nel luogo intitolato agli déi Palici, Palagonia, riteniamo fosse tributato un rito simile. Infatti riteniamo che il nome Palagonia sia formato dai seguenti lessemi: Bal-gonner-nau ovvero “I signori che governano le imbarcazioni”. Ci si potrebbe chiedere, a ragione, come potesse coltivarsi, nel centro dell’isola, un culto marinaro o comunque acqueo. La risposta ci viene dalle Verrine di Cicerone, dalle quali apprendiamo che la città di Centuripe, sita all’interno dell’isola non meno di Palagonia e Mineo, aveva una propria nave ormeggiata nel porto di Catania; del resto anche altre città dell’entroterra avevano proprie navi ormeggiate (Verre lib.V, 86), ciò al fine di provvedere alla difesa da eventuali attacchi nemici o per motivi commerciali. Nel passo di Cicerone è comunque del tutto chiaro che le navi di Centuripe, Segesta, Tindari, Erbita, Eraclea, Apollonia ed Alunzio formavano una flotta al servizio dei Romani conquistatori, esistita ancor prima che le legioni romane s’imponessero sulle polis siciliane, per proteggere l’isola dai pirati, dai Cartaginesi o altri malintenzionati. Sconcerta il fatto che proprio la nave centuripina destasse la meraviglia di Cicerone per l’incredibile velocità che acquisiva grazie alla particolare tecnica della velatura. Questo particolare conferma le nostre precedenti affermazioni sulle grandi capacità nautiche che ebbero i Siciliani ancor prima che arrivassero i Greci; ma per ciò rinviamo il lettore agli articoli I Feaci e la rifondazione di Siracusa e I Cilliri del Simeto.

I nostri Palici, tornando a quanto affermato in merito al rito del viaggio, avevano caratteristiche che li collegavano non solo al tema del ciclo solare, ma anche al ruolo di protettori dei naviganti, come Castore e Polluce, anch’essi gemelli. Crediamo che quest’ultimo requisito dei gemelli sia stato utilizzato politicamente da Ducezio, sacerdote di questi dèi oltre che condottiero, il quale eleggendo Palikè, sede dei gemelli Palici, capitale del popolo siculo, intendeva porsi al popolo quale nocchiero della “nave” guidata con la benedizione dei Palici, al fine di arrestare l’avanzata greca. È verosimile che i due laghetti venissero simbolicamente attraversati da imbarcazioni che, nell’immaginario collettivo – non solo siculo, in quanto simili riferimenti sono attestati dall’Egitto alla Scandinavia – rappresentavano il sole nel suo percorso da oriente ad occidente, dal buio alla luce, intesa come conoscenza.

Il concetto di un simbolico viaggio verso la luce lo ritroviamo pure nell’altro importante sito che tributava il culto ai Palici, in Adrano, sulle sponde del Simeto, fiume citato da Virgilio nell’Eneide; in un’epigrafe incisa su un tegolo funebre ritrovata in zona Mendolito è inscritta l’espressione “resesaniresbe”, nella quale abbiamo letto, utilizzando il nostro metodo interpretativo, l’augurio che il defunto compiesse con successo il suo viaggio verso la luce (Jam akaram: la lingua dei Sicani). Sempre ad Adrano sono stati ritrovati i due preziosi reperti archeologici di cui si è già trattato nell’articolo Simbologia e ascesi nell’Adrano arcaica: si tratta di due capitelli ove sono scolpiti i simboli solari della spirale e della croce inscritta in un cerchio, riproduzione, in terra sicana, della croce celtica. I due cerchi scolpiti sui capitelli adraniti fanno riferimento al calendario solare e lunare che, fino al periodo di Cicerone, era consultato e redatto dagli astronomi siciliani. Come scrive Cicerone, gli astronomi “si preoccupano che i loro giorni e mesi vadano d’accordo con il corso della luna e del sole, di eliminare talvolta, se c’è qualche discordanza, dal mese un giorno …”. Ma la realizzazione di un calendario abbisognava di osservazioni astronomiche che indubbiamente i sacerdoti di Adrano erano in grado di fare come i loro colleghi Sumeri, Druidi, Egizi ecc.

Un’altra similitudine tra i Palici e Apollo era legata all’attività oracolare che si svolgeva nell’antro dei Palici, tra Palagonia e Mineo, e probabilmente pure nel tempio all’aperto dei Palici, presso le due fonti del fiume Simeto, vicino il simulacro del padre Adrano. L’epigrafe incisa su una lastra di basalto lavico, a ridosso della fonte, è stata da noi interpretata come una formula augurale recitata dal neofita, in tale suggestivo luogo di iniziazione, per intraprendere, con l’aiuto degli dei, il proprio simbolico simbolico verso la luce o la conoscenza.

Se tanta sapienza crebbe nelle nostre contrade, essa non può essersi del tutto eclissata; forse attende, “paziente”, di svelarsi nuovamente a quanti, ripercorrendo quei mitici luoghi, fra le fragorose acque del Simeto, siano capaci di tendere vigili l’orecchio ai suoni della natura. A tal fine facciamo nostro l’insegnamento di Krsna rivolto al suo discepolo Arjuna: “Ogni essere dotato di una manifestazione, di virtù, di prosperità o di forza, riconoscilo come sorto da una particella del mio splendore” (Bhagavadgita – Canto X); “Quello che si crede si è” (Canto XVII).

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– Francesco Branchina