Mettendo per un attimo da parte (ma non del tutto!) le vicende riguardanti l’origine della nostra Adrano, il prof. Francesco Branchina ci offre una analisi socio-politica quantomai attuale e stimolante per i nostri concittadini e amministratori.

La primavera ha rappresentato, da sempre, per l’uomo la rinascita della vita e il risveglio dello spirito. Un fermento di idee, traducendosi in azioni, induceva gli uomini a salpare per i mari verso nuovi orizzonti, nuove conoscenze, nuove avventure. I Vichinghi, per esempio, al primo sciogliersi delle nevi, si accingevano a restaurare le loro imbarcazioni rimaste inattive per i lunghi e gelidi inverni e, abbandonando i loro pagliericci per tre o quattro mesi, navigavano per migliaia di chilometri, toccando le città e i mercati più prestigiosi del mondo allora conosciuto. Inarrestabili, impavidi, instancabili, superavano cateratte, cascate, rapide, guadagnandosi l’attributo di Vareghi (da vara-gehen, andare sull’acqua), come se l’andare per i fiumi fosse per loro un incedere naturale verso esperienze che, come in un laboratorio alchemico, ne avrebbero trasmutato lo spirito. Cinquanta individui, uniti da vincoli di sangue ed amicizia, come un unico corpo monolitico, lasciavano i loro piccoli eredi, le loro giovani mogli, i caldi pagliericci, per fare rotta verso la raffinata Costantinopoli, verso l’India, simbolo di esotismo. Tuttavia, non gli ori di Costantinopoli con le sue prestigiose cattedrali, non le sete dell’India, non le megalopoli del mondo orientale con le loro sofisticherie riuscivano a trattenere quei barbari che, fatta incetta di ninnoli da portare ai propri bambini e orecchini per le proprie mogli, facevano infine ritorno ai loro pagliericci, sensibili solo al calore emanato dalla propria famiglia. Di quel mondo esplorato, essi si portavano dietro l’immateriale bagaglio della conoscenza, acquisivano nuovi parametri di misura nel confronto tra la loro weltanshauung e quella del mondo “civile”, ma sceglievano di rimanere ancorati alla propria civiltà.

Noi, giovani d’un tempo, vichinghi in erba, percorremmo l’Europa, ci inebriammo di quel mondo così distante dal nostro, in cui, ironia della sorte, i barbari di un tempo davano adesso a noi lezioni di civiltà; fummo turbati e tentati da tanta bellezza, che si esprimeva sotto molteplici forme, ci dissetammo, attingendo a piene mani da quelle gelide fonti, ma scegliemmo di rimanere qui, nonostante l’arsura mediterranea seccasse le nostre gole ma non il lungimirante spirito.


Ma cos’ha Salisburgo di cui Adrano sia priva? Certamente la nostra emozione non è meno grande quando sorseggiamo un espresso seduti in un bar, nella piazza dominata dal nostro magnifico castello, in uno di quei giorni di eterna primavera offerti dal nostro generoso clima isolano, rispetto a quando prendevamo un “pessimo” espresso in una delle piazze di Salisburgo, di Oslo o Copenaghen. È vero però che, nelle nostre piazze, abbiamo bisogno di un po’ di fantasia in più: dobbiamo immaginare che sotto il nostro poderoso maniero normanno non vi siano parcheggiate macchine in triplice fila; dobbiamo fingere di non sentire clacson e fischi di vigili urbani disperati per l’impossibile impresa di mantenere o imporre l’ordine; dobbiamo immaginare che sotto quel castello e nelle grandi piazze ad esso attigue non vi siano i soliti assembramenti di soli uomini, clan di politici e benpensanti, ma che vi siano musicisti di strada, talenti non ancora scoperti, mimi intenti ad intrattenere bimbi affascinati, pittori impegnati a ritrarre quei grandiosi monumenti che a noi, ormai, non parlano più, artisti dal “multiforme ingegno” che cercano il loro trampolino di lancio verso il successo, convinti che una città come Adrano, ricca di simboli di forza, possa loro fornirlo; dobbiamo immaginare che una famiglia adranita, in una qualunque spensierata mattina domenicale, possa serenamente passeggiare in bicicletta, senza aspettare l’unico evento annuale; dobbiamo immaginare che in primavera, quando le scolaresche assetate di cultura organizzano le proprie gite culturali, vengano a dissetarsi presso questo nostro museo, che più d’ogni altro può raccontare loro la storia di un dio che scelse di nascere in questa nostra città.

Ma cosa impedisce che ciò possa essere realmente attuato, considerato che tutto questo non avrebbe costo per la città? È forse dovuto al limite, innato, acquisito o indotto, di una classe politica in buona parte mediocre e dalla corta vista? Alla crescente miopia che affligge molti nostri amministratori e che impedisce loro di vedere oltre sulla via della civiltà? O peggio, l’inesistenza di ciò che altrove è pura normalità è da attribuirsi alla debolezza di un’amministrazione incapace di agire o impossibilitata a reagire, che si lascia condurre o condizionare da singoli individui politicamente influenti, i quali antepongono la loro piccola e meschina visione delle cose da nulla a progetti disinteressati, di ampio respiro, di cui beneficerebbe l’intera città?


Se, dunque, questa debole amministrazione sapesse dare il colpo di schiena necessario per fare del nostro centro storico un salotto, frequentato con naturalezza e quotidianità dalle famiglie adranite, finalmente “turiste nella propria città”, allora si innescherebbero spontaneamente processi di attività creative, culturali e produttive, autentico volano per l’economia. Le iniziative culturali, per quanto nobili, da sole, se non si accompagnano alla ricerca convinta della vivibilità del territorio, più che rappresentare un beneficio potrebbero paradossalmente creare un divario tra due stratificazioni sociali, quella reale della gente comune, impegnata nelle normali funzioni e attività svolte nella quotidianità e sul territorio, poco coinvolta da astrazioni, sia pur pregevoli, di carattere puramente intellettuale, e quella elitaria costituita da una minoranza che di fatto non ha né la forza né l’interesse di incidere permanentemente sul territorio. Quanto affermiamo deriva dalla constatazione che le decine di convegni, incontri, presentazioni di libri, mostre, organizzati frequentemente presso le sale di questo o quel palazzo a beneficio delle solite cinquanta persone, non abbiano lasciato di fatto alcuna impronta nel tessuto sociale reale della città. Nonostante gli eruditi convegni tenuti mensilmente da illustri signori, che insegnano talvolta l’ovvio, la città langue nell’inciviltà, nel degrado, nella devastazione dell’ambiente, nei cumuli di spazzatura, segno che ogni buona intenzione rimane opera morta se non prende forma e non si cala nella realtà, nella quotidianità, nel territorio, inteso anche come spazio fisico, fruito col semplice atto fisico dell’esserci, quale lo intesero nell’Ottocento e nei primi del Novecento quei grandi pensatori, poeti o scienziati che furono Verga, Rapisardi, Majorana, i quali, tra una granita e un caffè a un tavolo della via Etnea di Catania, innalzavano il prestigio di quella loro città. Solo se si rende territorialmente visibile e tangibile un programma, sia pur minimo, si può innescare un meccanismo virtuoso basato sulla sana imitazione di ciò che è bello e buono.


Un programma di rinnovamento a costo zero potrebbe innescarsi attraendo quei musicisti, artisti di strada, mimi che già popolano le capitali europee; seguirebbe certamente la spontanea creazione di bed & breakfast, ristoranti, gastronomie, punti vendita di souvenir e oggetti d’arte e una miriade di attività che da un lato si nutrono e dall’altro alimentano il turismo, sia pure un turismo di passaggio, “mordi e fuggi”, quale sarebbe l’unico possibile, realisticamente parlando, almeno per il momento. Ma la punta di diamante capace di conferire alla nostra città un primato di unicità e prestigio, potrebbe essere conseguita attraverso la creazione di un centro studi permanente per la decifrazione della lingua Sikana. Infatti noi Adraniti possediamo il simbolo più importante attraverso cui questa antica lingua si è materializzata ai posteri, il Santo Graal dell’archeologia, che ci porrebbe di diritto nel ruolo di capofila in questi studi: la stele urbica del Mendolito. Mettendo da parte l’annoso contenzioso con la sovrintendenza di Siracusa, che ci ha privato di tale simbolo, accontentandoci, almeno per il momento, di ottenere una copia della stele, posta nel centro di una sala studi multimediale, potremmo promuovere convenzioni e reti con le università, ottenendo il supporto di linguisti, etimologi, filologi, studiosi di varie discipline, di tutto il mondo. Ad Adrano si potrebbe promuovere annualmente un convegno di durata settimanale di tali studiosi, nel corso del quale si producano Atti con diritto di pubblicazione, prevedendo riconoscimenti per gli studiosi particolarmente distintisi per i risultati conseguiti. L’emblema di tale riconoscimento, sul modello degli Oscar o dei Nobel, potrebbe consistere nella riproduzione, in miniatura, della succitata “stele sicana”. La settimana culturale potrebbe prevedere, quale forma di intrattenimento dei convenuti, manifestazioni artistiche di vario tipo. Il pensiero va allo splendido progetto comunicatoci, in sede privata, dal vicesindaco prof.ssa Angela Anzalone, consistente nella rappresentazione di una serie di tragedie sotto le suggestive mura “ciclopiche”, su tematiche inerenti alla nostra storia locale. L’esortazione della vulcanica professoressa a redigere testi teatrali su episodi storici della nostra città non ci ha lasciati insensibili, motivo per cui, travolti nel turbinoso furore dell’Avo ridestato, abbiamo abbozzato un copione, a disposizione di chiunque volesse metterlo in scena, immaginando i preparativi del “matrimonio di Etna” e il tentativo del tiranno Falaride di mandarlo a monte, sulla scorta del racconto che ne ha fatto lo storico greco Polieno.

In pari tempo si potrebbe effettuare una serie di gemellaggi con molti paesi europei, con i quali siamo accomunati da affinità etniche, culturali, storico-linguistiche. Con l’Irlanda, per esempio, abbiamo in comune il nome di Eithne, appartenuto sia alla figlia del mitico re irlandese Balor che alla probabile figlia di Teuto, principe di Inessa\Etna\Adrano, nonché la simbologia della spirale, incisa sia nei capitelli di colonna rinvenuti nel Mendolito che nelle pareti di una tomba neolitica irlandese. Con la regione tedesca e la città anch’essa tedesca denominate Essen, condividiamo il primo nome dell’arcaica Adrano: Innessa. Con Corinto abbiamo in comune il condottiero Timoleonte, al quale Corinto diede i natali e noi offrimmo ospitalità. Con la Svezia crediamo addirittura di avere in comune un cordone ombelicale ancora non del tutto reciso. Infatti, se non abbiamo errato nei nostri studi, i S(i)kani e gli Skani, questi ultimi abitanti della Skania, la regione più meridionale della Svezia, appartengono allo stesso ceppo indoeuropeo; lo attesterebbe anche la stessa simbologia che caratterizza sia i petroglifi che si trovano incisi nelle rupi svedesi di Tanum che i capitelli del Mendolito e persino la lingua che, in base ai nostri studi condotti sull’epigrafe incisa nella famosa stele urbica del Mendolito, riconduce ad una comune origine protogermanica. Potremmo volgere a nostro vantaggio perfino l’infausta vicenda della dispersione dei reperti archeologici adraniti in tutta Europa. Potremmo infatti concertare, di comune accordo con Mosca, San Pietroburgo, Vienna, Zurigo, il rientro momentaneo, per una settimana, dei reperti archeologici adraniti, ora esposti presso i musei europei, inventandoci una “settimana della fratellanza culturale”.

È doveroso puntualizzare che le iniziative da intraprendere, la cui progettazione è la conseguenza di studi che intendono restituire alla civiltà adranita il meritato rilievo, illuminandola di nuova ed austera luce, non potrebbero avere lo slancio necessario qualora non fossero supportate non da un singolo o pochi elementi dell’Amministrazione, ma dall’Amministrazione nel suo insieme, da un team di qualificati assessori capaci di appoggiare, se non addirittura fare proprie, le iniziative private. Sono progetti impossibili questi? Eppure sono già realtà in mezzo mondo!

Non possiamo tacere però sul fatto che è innanzitutto necessario infondere fiducia nelle Istituzioni nello spirito degli Adraniti sfiduciati, i quali hanno perso ogni forma di auto-stima avendo ogni giorno sotto i propri occhi lo scempio di un degrado igienico sanitario da emergenza continua. Atteso dunque che la priorità di ogni azione amministrativa debba essere indirizzata al recupero del territorio e della claudicante legalità, si colga l’occasione dell’estate già prossima per valorizzare intanto i talenti della nostra città; immaginiamo, infatti, le caldi e insonni notti d’agosto romanticamente accompagnate dai ritmi di un’orchestra locale che intrattenga nella nostra invidiata e fresca villa comunale, sullo sfondo suggestivo del Vulcano, del monastero e del Castello Normanno, il popolo Adranita, primo e perenne turista nei propri atavici luoghi, infondendo nella cittadinanza, sulle note di una vibrante composizione wagneriana, un rinnovato ottimismo e una rinata forza per l’inizio di una nuova epoca adranita.

Ad maiora.

Francesco Branchina