Stiamo per raccontare, la storia di un artista, di un uomo che girava il mondo mentre la sua arte cresceva e diventava “grande”. Un uomo che, proprio quando la sua arte spiccava il grande salto, ha scelto di tornare a casa, a pascolare le greggi.
Lorenzo Reina di Santo Stefano Quisquina (AG), un pezzo d’uomo irrobustito dalle transumanze, si presenta con il suo sorriso sincero, con la sua chiacchiera che risente dell’ovvia inflessione dialettale. Uno scultore che, per onorare la parola data al padre, ha scelto la vita del pastore tra i monti della Quisquina, che per mantenere la sua promessa ha abbandonato i lussi della vita d’artista affermato, scambiandoli con le rigide regole della pastorizia. Un pazzo? No, per niente. A parlar con lui, e ancor prima, a guardare il suo sguardo diretto e forte, ci si accorge di trovarsi di fronte ad uno degli ultimi veri “saggi” di questa nostra terra.
Lorenzo, per venire incontro alle esigenze del padre, anch’egli pastore, si ritrova sin da piccolo tra i pascoli, a dover governare mandrie di pecore, perfezionando al contempo un’esigenza umana di riscatto da una vita di estremi sacrifici. Mostra precoci doti artistiche che affina durante i lunghi giorni accanto al suo gregge ed inizia così a modellare la locale pietra calcarea secondo le sue ispirazioni, nate tutte da una personalissima osservazione del cielo e delle nuvole. Comincia, ancora dodicenne, a lavorare, interrompendo gli studi. «Studiavo il cielo e le nuvole e scolpivo la pietra per occupare il tempo – racconta – visto che a dodici anni mio padre, allevatore di pecore come lo sono oggi io, aveva chiesto il mio aiuto per governare gli animali, facendomi interrompere gli studi anzitempo. All’epoca avevo scoperto, nella cedevolezza della pietra calcarea, la possibilità di scolpire delle forme e durante le lunghe attese al pascolo, osservavo il cielo e mi ispiravo alle nuvole per le mie prime opere. Più tardi scoprii che anche un grande maestro come Giotto, agli inizi, aveva avuto a che fare con le pecore e con le nuvole e allora presi coscienza del fatto che l’arte è qualcosa che va al di là del luogo dove vivi e del mestiere che fai».
La sua bucolica quotidianità viene però interrotta dalla chiamata alla leva, che lo allontana inaspettatamente, e per la prima volta, dai suoi monti, “trapiantandolo” per un anno a Napoli, dove l’incontro col maestro Gabriele Zambardino gli cambia la vita. Qui Reina affina ulteriormente le sue doti artistiche ed umane, acquisendone maggiore consapevolezza e sperimentando sia l’indifferenza della gente che l’ebbrezza dell’ispirazione.
«Dopo il ritorno a Santo Stefano ho ripreso a scolpire, sempre dietro al mio gregge, però con maggiore entusiasmo e fervore, a volte anche all’addiaccio. Ho realizzato così una ventina di opere che ho esposto per la prima volta in pubblico nella biblioteca del paese». La gente andava alla mostra per la curiosità di conoscere un paesano che voleva fare lo scultore.
Dopo quella prima esperienza Lorenzo pensò che non sarebbe più stato costretto a fare il pastore, che avrebbe potuto tentare una nuova strada. Si scontrò però con il padre. «Un giorno gli dissi: “Adesso smetto di fare il pastore e comincio a fare l’artista!” – ricorda -. Lui rimase in silenzio, molto impressionato da quella frase così lontana dal suo modo di pensare ma si rassegnò e mi lasciò fare. Per molti anni ho lavorato sulla pietra, sul legno e su altri materiali. Ho esposto a Palermo, a Milano e in altre città, anche all’estero. Alcuni enti pubblici avevano pure iniziato a commissionarmi sculture di vario genere. Ma sul letto di morte mio padre mi pregò di non disperdere l’azienda che lui aveva creato in una vita di lavoro e di duri sacrifici».
Reina capisce in quel momento di poter essere un artista anche governando greggi o lavorandone il latte, poiché il vero modo d’essere di ognuno di noi non si traduce necessariamente in quello che si fa, bensì in quello che si è nel profondo della propria anima. Questa è l’intuizione che lo ha portato negli anni a creare la prima “fattoria dell’arte”, una vera azienda agricola, gestita intelligentemente ma con un innesto di creatività assolutamente originale ed affascinante. «Dopo anni di vita in città, ripresi il pascolo e a mungere gli animali, ma con uno spirito nuovo, fiero di badare all’azienda di famiglia. Le asine mi hanno insegnato ad avere pazienza e, soprattutto, a vivere senza fretta. Senza frenesia, infatti, si possono ugualmente raggiungere importanti risultati ma in maniera sicuramente più autentica!». Le asine dell’azienda Reina, «tutte nere, più dell’Africa nera», portano il nome di Paesi africani: c’è Namibia e Malawi, Ruanda, Uganda e via di questo passo. Giornalmente producono dagli otto ai dieci litri di latte, con proprietà molto simili a quello materno, che viene venduto per il fabbisogno dei bambini intolleranti a questo alimento. Poi l’artista coltiva origano biologico, profumatissimo, che manda in America, e produce anche un formaggio tipico dei Monti Sicani, alture dove è incastonata la sua “fattoria didattica”, i cui stimolanti percorsi vanno dall’incontro con le sue asine da latte (Vieni in Somarìa), all’immersione di un giorno nell’autentica vita contadina di un tempo (Vivi la natura), dalla scoperta dei tradizionali metodi di panificazione (Il ciclo del pane) al diretto contatto con la creazione artistica del pastore-scultore (Vivi l’Arte).
Solo quando il lavoro della fattoria glielo permette, continua a scolpire la pietra, perché le richieste dei collezionisti e degli estimatori, fortunatamente per lui, sono ancora molte.
Frank Sorrentino, un noto mercante d’arte californiano da tempo legato allo scultore agrigentino, sta aspettando invano Lorenzo in America per «piazzare sul mercato» le sue opere, ma lui si schernisce: «Non ho tempo – afferma. – Le pecore vanno portate al pascolo ogni giorno e poi devo ultimare un progetto che mi sta a cuore: devo riuscire a produrre “il formaggio di grotta”. Ho trovato la caverna dove far stagionare le forme ma non sono ancora pronto per la commercializzazione».
Inoltre, sogna, un giorno, di poter aprire un “museo personale”, da realizzare all’interno di una torre che, dall’alto dei suoi tre livelli, domina il verde dei monti e delle vallate fino al blu del mare. Ma le vertigini paesaggistiche di questa fattoria non sono esclusive della torre-museo (progettata dallo stesso Reina sul modello del federiciano Castel del Monte), rendendo molto particolare anche il suggestivo “teatro di pietra” (foto a lato), fortemente voluto per ospitare seguitissimi incontri e rappresentazioni d’arte, impiantato su una piccola radura posta a strapiombo sulla Valle del Platani, in un territorio in cui tremila anni di storia sono quotidianamente raccontati dagli intagli nella roccia, dalle rocche inarrivabili e dalle acque fluviali, un tempo, tra le più navigate di tutta la Sicilia.
«Per andare in America – conclude sorridendo Lorenzo Reina – in fondo c’è ancora tanto tempo..!».

Tra le colline sicane e la Valle del Platani, Lorenzo Reina ha dunque trasformato l’attività rurale di famiglia in fattoria didattica, coniugando in questo modo il suo lavoro di pastore al suo estro artistico, riuscendo anche ad offrire insegnamenti che nessuna aula di scuola è in grado di supportare. Nascono da qui i percorsi didattici che aprono agli studenti (e non solo) le porte del mondo contadino che ancora oggi ci nutre.
Lorenzo Reina viene scrutato con occhi quasi increduli da un pubblico italiano che non si aspetta di avere ancora tanto da scoprire dalla gente del Sud. Ed invece dalla sua singolare esperienza viene fuori proiettata un’immagine al contempo vecchia e nuova insieme: si vede un mondo legato alla fatica di giornate lunghe che iniziano al sorgere e finiscono al tramontare del sole, giornate in cui il tempo per leggere e per ideare nuove sculture viene conquistato tra un pascolo e una mungitura o una tosatura di una pecora, tra il tempo da dedicare con gioia alla moglie e ai figli, e quello per raccontare sé stesso ad amici, ospiti, giornalisti critici, conterranei che gli chiedono una parola, gli commissionano opere, a testimonianza della bravura artistica oltre che della forza d’animo e dell’onestà e dell’amore verso la Sicilia e l’arte.
Nel nostro sud, nella provincia più meridionale del sud, vi sono risorse da cui ripartire, vi sono trincee solide nelle quali raccogliere le resistenze al piattume ed al consumismo televisivo cui ormai si ispirano le iniziative pubbliche di animazione culturale, peraltro sempre più rare. Trincee per una ‘guerra’ di posizione dalla quale tuttavia ripartire, il più presto possibile, per una ‘guerra’ di movimento.
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